Comprendere la cultura cinese attraverso la pratica marziale.

Il corpo e la sua naturalezza.
Studiare le arti marziali cinesi non significa solo imparare tecniche e principi legati a uno stile, significa immergersi in una visione del mondo lontana dai canoni occidentali. Chi ha viaggiato in Oriente o frequenta maestri tradizionali, nota spesso abitudini che noi definiremmo “maleducazione”, come ruttare o emettere gas in pubblico senza vergogna. Eppure, il praticante occidentale deve saper andare oltre le apparenze, perché dietro questi gesti si nasconde infatti una precisa sintesi tra medicina tradizionale, pragmatismo e una filosofia del benessere che mette al centro la salute fisiologica.
L’igiene del Qi e la libera circolazione interna.
Nella Medicina Tradizionale Cinese (MTC), il corpo è inteso come un sistema di flussi energetici e gassosi. Il benessere dipende direttamente dalla libera circolazione del Qi (energia vitale). In quest’ottica, l’accumulo di aria nel sistema digerente non è visto come un tabù sociale, ma come un’ostruzione fisica, una pressione interna che rompe l’equilibrio.
Espellere l’aria è considerato un gesto di igiene interna necessario. Trattenere ciò che il corpo richiede di liberare è visto come un comportamento illogico e potenzialmente dannoso per la salute, paragonabile al tentativo di bloccare uno starnuto o il battito delle palpebre. Per la cultura cinese tradizionale, la salute dell’organismo prevale sempre sulle etichette formali.
Anche a tavola, la dinamica risponde a criteri di estremo pragmatismo. Mentre in Occidente la compostezza è il primo segno di rispetto, in Cina la soddisfazione si esprime attraverso il corpo. Un rutto al termine di un pasto comunica all’ospite o allo chef che il cibo è stato gradito e che lo stomaco è sazio e rilassato.
È un riscontro positivo implicito, una forma di onestà che scavalca le cerimonie verbali per radicarsi in una sincerità contadina e popolare che ancora oggi nelle zone rurali delle grandi città, permea la società. È la celebrazione di un bisogno soddisfatto, priva della connotazione di “vergogna” che noi attribuiamo ai suoni corporei.
Questo concetto diventa centrale e di fondamentale importanza durante l’allenamento in palestra o in qualunque luogo dove andiamo a praticare. Capita spesso che, lavorando sul rilassamento del diaframma, sulla rotazione del bacino o sulla respirazione profonda addominale, il corpo reagisca liberando gas.
Per un praticante occidentale, una flatulenza improvvisa durante una forma, un esercizio di Qi Gong o dell’arte marziale praticata, può generare forte imbarazzo. Al contrario, in un contesto marziale serio, questo è un segnale di onestà pratica, ed è la prova che il corpo sta rispondendo correttamente agli stimoli. Significa che la muscolatura profonda si sta decontraendo, che i blocchi interni si stanno sciogliendo e che l’energia ha ripreso a fluire senza ostacoli. Non bisogna vergognarsene, ma accoglierlo come un segno che la pratica sta “lavorando” in profondità, riportando il corpo al suo stato naturale di efficienza.
È doveroso notare che nelle grandi metropoli cinesi e tra le generazioni più giovani, la sensibilità sta virando verso standard più internazionali. Tuttavia, nelle scuole di Kung Fu più autentiche, la spontaneità rimane un valore.
Studiare arti marziali significa anche superare il proprio etnocentrismo. Comprendere che un gesto per noi “sgradevole” possa essere un atto di salute o un complimento, ci aiuta a sviluppare il Wu De (moralità marziale). Questa apertura mentale ci permette di trasformare quello che sembra un contrasto culturale, in un’occasione di crescita, imparando a rispettare il corpo umano per quello che è, un sistema perfetto che cerca costantemente la propria armonia.
